Perché Caravaggio affascina tutti e Monteverdi annoia molti?

L’altra sera ho trascinato il mio compagno a un concerto di madrigali.

Cosa si intende per musica antica

Quando si parla di musica antica non si intende la musica dell'Antichità classica, come si potrebbe pensare per analogia con l'arte antica. In musicologia, il termine indica generalmente la musica medievale, rinascimentale e del primo barocco, grosso modo dal XII al XVIII secolo. Insomma: Monteverdi è musica antica, anche se per un archeologo sarebbe decisamente troppo moderno.

In realtà io sono andato e lui è voluto venire per stare con me 🫶🏼

Bravissimi studenti di musica antica di un'università tra le più blasonate del mondo.

Talento spaventoso, sensibilità e coinvolgimento commoventi. Voci sane, giovani e ottimiste che danno voce a bellezze senza tempo.

Finisce.

Torniamo a casa e andiamo a cena da amici del mio compagno, serata tra 35enni.

"eh, sì sono pieno di cultura oggi guarda... 🙄"
"diciamo che dopo i primi 25 minuti ero pronto ad andarmene"

C'era ironia? Forse.

Di sicuro c'era una cosa più semplice: la sensazione di aver fatto esperienza di qualcosa che non ha mai davvero iniziato a succedere.

Il primo errore: pensare che sia una questione di difficoltà

La spiegazione immediata è sempre la stessa.

Non sei abituato. Serve più concentrazione. È musica complessa.

Sono tutte frasi plausibili.

E tutte, a un certo livello, vere.

Ma sono banali e non spiegano il punto.

Perché la difficoltà non impedisce automaticamente l’interesse.

Ci sono cose complesse che catturano immediatamente. E cose relativamente semplici che restano opache per sempre.

L’attenzione non è un interruttore

C’è un’idea implicita che continuiamo a usare senza accorgercene:

che l’attenzione sia una scelta binaria.

Acceso / spento.

Ma nella pratica non funziona così.

L’attenzione è più simile a quello che alcuni studi di estetica cognitiva descrivono come allocazione progressiva: qualcosa deve iniziare a succedere perché tu decida di restare.[1] Devi trovare stimoli che giustificano l’impegno cognitivo.

Sappiamo bene, però, che se non vogliamo trovare qualcosa, non la troveremo mai. Come le red flag che non vuoi vedere nel bono di turno.

L’innesco (e il problema vero)

Metto le mani avanti

I paragoni tra musica e arti visuali sono sempre fallaci. Leggi quanto sto per dire con questa premessa.

Alcune forme artistiche hanno un innesco immediato.

Non nel senso di “più semplici”, ma nel senso di più rapidamente leggibili dal sistema percettivo.

Una composizione visiva può offrire struttura in un colpo solo: gerarchie, contrasti, focalizzazioni.

Una composizione musicale polifonica, invece, si distribuisce nel tempo. Non puoi “vederla tutta insieme”. Devi attraversarla. E questo cambia tutto.

Perché non stai scegliendo se entrare, stai decidendo se restare abbastanza a lungo perché qualcosa emerga.

Ma, spesso, hai già deciso.

Il museo e il concerto non sono la stessa esperienza

Qui entra una differenza che spesso viene semplificata troppo.

Un museo ti permette una fruizione reversibile.

Puoi interrompere, tornare indietro, ignorare, riagganciare.

Un concerto no.

È un flusso.

E questo flusso implica una forma di dipendenza temporale: o sei dentro o sei fuori.

Il problema non è la cultura. È il filtro iniziale

Bourdieu, senza citarlo

In sociologia della cultura questo tipo di dinamica è stato descritto come effetto di habitus estetico. Non come gusto individuale, ma come disposizione incorporata: ciò che ci sembra “naturale” riconoscere come interessante.[2]
Non è una scelta cosciente: sei influenzato dal contesto sociale (avanguardia pura, no?).

A questo punto si tende a introdurre categorie rassicuranti.

“musica colta”
“tradizione”
“arte alta”

Categorie che sembrano descrittive, ma sono soprattutto storiche.

Se guardi la storia della musica europea, ciò che oggi chiamiamo “canone colto” è spesso il risultato di trasformazioni successive: forme nate come pratiche sociali, liturgiche, funzionali.[3]

Non parlo solo di tecnicismi musicali, musica popolare legittimata dalle elite, ecc. Non ditemi che non trovate assurdo il costo dello street food (e poi, da quando abbiamo cominciato a chiamarlo così?!)

E lo stesso vale per le arti visive.

Il canone non è un’origine. È un esito.

Perché la musica ci suscita emozioni?

L'emozione non nasce dalle note in sé: ma dall'attesa di vedere le nostre aspettative tradite o confermate.

Una serie di suoni ci può annoiare a morte per due motivi: o è così familiare che non ci stupisce, o è così estranea che non capiamo nemmeno quando è finita.

L'emozione e l'intrattenimento arrivano quando le nostre aspettative sono piacevolmente tradite in uno sweet spot mediano tra questi due scenari.[4]

La musica gioca continuamente con queste aspettative.

Bello spiegone, ma cosa ce ne cale?

Ce ne cale eccome: alcune emozioni, forse, hanno bisogno di familiarità per potere emergere.

A me da piccolo acciughe e tartufi facevano abbasta orrore. Ma alcune sfumature diventano percepibili solo dopo aver costruito un certo tipo di familiarità e non è insolito apprezzare gusti più complessi da adulti.

Quando la nostra predisposizione e il nostro confirmation bias vincono, cosa sta succedendo esattamente?

Qui entra il punto più scomodo

Non è che certe cose siano più difficili da capire.

È che alcune non attivano abbastanza presto una risposta. E quando non succede, succede qualcosa di molto semplice: non si continua.

Molto spesso, quell'"abbastanza presto" arriva molto prima dell'inizio del concerto; quindi, non solo non si continua, ma non si inizia.

E non continuare significa non arrivare mai al punto in cui l’opera diventa leggibile.

Il ribaltamento

Il punto allora non è: “perché non ti emoziona la musica antica?”

Ma un ragionamento che espone una parte più fragile di noi:

quante emozioni restano precluse non perché siano troppo complesse, ma perché non abbiamo mai voluto attraversare il percorso necessario per renderle possibili?

E qui arriva la parte fastidiosa

Perché la risposta implicita potrebbe essere: forse molte.

Non perché siano troppo complesse, non è una questione cognitiva.

Ma perché l'abbiamo già deciso in partenza, perché "tanto è così".

Quindi se non mi piace la musica antica sono una brutta persona?

Non mi mettere parole in bocca!

Ovviamente, non credo che tutto debba arrivare.

E non credo che tutto debba essere decifrabile, e non credo che tutto debba esserlo per percepirne la bellezza.

Però mi resta una domanda abbastanza insistente:

quante cose archiviamo come “non per me” semplicemente perché non abbiamo mai deciso di prenderci un minimo di tempo, molto spesso per partito preso?

Immagine di copertina: Caravaggio, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons


Fonti

  1. Noë, Alva. Strumenti strani. Arte e natura umana. Traduzione di S. Benvenuto. Raffaello Cortina, Milano, 2016
  2. Bourdieu, Pierre. Il senso pratico. Traduzione di A. Dal Lago. Bologna: Il Mulino, 1997.
  3. Bourdieu, Pierre. La Distinzione. Critica sociale del gusto. Traduzione di A. Dal Lago. Bologna: Il Mulino, 1983.
  4. Meyer, Leonard B. Emotion and Meaning in Music. Chapter 1. 1956. Accessed June 11, 2026. https://acousticslab.org/RECA293/293Files/293Downloads/Meyer1956_EmotionMeaningMusicCh1.pdf

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