Quando parliamo di Pippo Sowlo, non parliamo di Pippo Sowlo

Attenzione: linguaggio violento

Brano SoundCloud

[01:01] Conversazioni a tromba manco sembro 'n sociopatico
Io ancora impacciato frase alla Pieraccioni
Tu ci passi sopra, sorridi e andiamo fuori
Bicchiere di Biancosarti, poi due, poi tre
Ce sale la scimmia erotica annamo da me o da te?
Entriamo a casa tua, se piazzamo sul divano
Finalmente posso fare quello che ho sempre sognato
Te stacco le braccia, te squaglio la faccia
Te schiaffo ner bagagliaio stupida baldracca
Te stacco le braccia, te squaglio la faccia
Sottolinea 'sta dispensa lurida baldracca

Se non conoscevi questa canzone, non può non averti suscitato qualche emozione forte. Se già la conoscevi, o ancora lo fa o ti ricorderai di quello che hai pensaoto la prima volta. Tutto il resto è elaborazione intellettuale: "ma dai, è satira, due risate davanti a una birra di sabato sera", "ecco l'ennesimo tipo che si nasconde dietro al black humor per dire cose di cattivo gusto".

Più sotto c'è un sondaggio, se hai voglia di contribuire anche tu. Se non sei in contatto con le tue emozioni salta pure, ma svegliati un attimo e va' in terapia perché siamo nel 2026 (sì, parlo con voi maschietti).

Dopo l'impatto emotivo? La presa di posizione. La cosa che mi ha colpito non è quanti stanno di qua o di là. È stata la velocità. Ci siamo schierati tutti in un attimo, e ho cominciato a chiedermi come mai.

Il caso, e perché me ne frego se è un genio

Pippo Sowlo fa contenuti provocatori, volutamente. Linguaggio esplicito e immagini violente ti calpestano di proposito. È tornato dal vivo davanti a ventimila persone a Capannelle, e già questo dice che liquidarlo solo con un'alzata di spalle non funziona.[1]

C'è chi l'ha letto come operazione satirica e chi come spazzatura travestita da satira. A me se sia un genio o un coglione interessa poco, e non per diplomazia: è proprio la domanda sbagliata. Lo ha scritto bene qualcuno, il suo pubblico non è una cerchia di eletti dall'arguzia sopraffina, è gente che ha voglia di farsi due risate, bere una birra e cercare una catarsi terrena.[2] D'accordo. E quindi?

E quindi resta un fatto che non si scappa: il contenuto fa effetto, anche su chi lo sa benissimo che è una provocazione costruita a tavolino. Il verso violento ti attraversa lo stesso, e le immagini che mette in giro — su corpi, generi, gerarchie — restano lì anche dopo che hai detto "vabbè, è ironia". Non puoi disinnescare l'effetto sociale di una cosa solo dichiarando che era uno scherzo. La satira c'è, e gli effetti pure, e convivono benissimo, volenti o nolenti: cosa succede appena ne parliamo è quello che m'interessa.

Il problema è come ne parliamo

Guarda lo schema, perché è sempre spesso quello. Esce il contenuto controverso, qualcuno lo critica nel merito, e in tre secondi netti la critica diventa "censura". A cui segue, automatico come un riflesso incondizionato, il "eh ma ormai non si può più dire niente". A quel punto non stiamo più parlando di Sowlo. Stiamo parlando di libertà contro censura, di woke contro liberi pensatori, di chi vuole il bavaglio contro chi difende la verità.

E il contenuto? Sparito. Le immagini di violenza, il modo in cui vengono trattati certi corpi, gli effetti culturali di quel linguaggio: evaporati mentre litighiamo sulla cornice del quadro senza più guardare il quadro.

Domanda onesta: quante volte hai visto una discussione su un contenuto provocatorio restare sul contenuto? Quasi mai, e quando scivola via scivola sempre nello stesso identico modo. Questa regolarità a me puzza. Quando tutti sbandano nella stessa direzione, di solito non è per caso, ma forse perché è la strada ad essere inclinata.

Una parola che gira più di quanto pensi: gatekeeping

La categoria cancel culture / politically correct / non si può più dire niente non descrive un fenomeno in modo neutro. Agisce qualcosa di specifico. Funziona come gatekeeping, preso alla larga: decide chi entra nella conversazione e a quali condizioni. Chi tira fuori il "volete censurarlo" ha già archiviato la critica nel merito come tentativo di mettere un bavaglio e l'ha scartata prima ancora di ascoltarla.

La cosa interessante è che questo gatekeeping non ha un colore fisso. Lo usa chi difende Sowlo, ovvio, ma lo usa anche chi lo attacca, quando archivia ogni difesa come "il solito maschio che non vuole rinunciare ai suoi privilegi linguistici". È la stessa mossa da due parti opposte: chiudere il cancello prima di guardare cosa c'è dentro. Qualcuno[3] ragionando sul vicolo cieco delle politiche identitarie, fa vedere proprio come certe categorie identitarie finiscano per sostituire l'argomento con l'appartenenza, dove conta da che parte parli e non cosa dici.

Il frame, insomma, ti dispensa dal pensare, ed è per questo che gira così tanto. È comodissimo.

Consiglio

Se non hai sbatti, salta pure la parte di spiegone. Se fossi una bella persona, però, approfondiresti. Solo così, per dire

Spiegone sulle origini del PC

Gira un equivoco: che "politicamente corretto" sia una bandiera nata nella sinistra militante. La genealogia racconta il contrario, ed è più divertente. Federico Faloppa, ricostruendo le origini dell'espressione, mostra che il termine spuntò proprio dentro ambienti di sinistra, spesso in chiave autoironica, come il modo di prendersi in giro tra compagni quando ci si irrigidiva troppo sulle formule. Solo dopo viene catturato e capovolto fino a diventare l'etichetta polemica con cui certi ambienti conservatori delegittimano l'avversario: da sfottò interno a clava esterna.

E oggi, terzo tempo, la clava rimbalza ovunque, in mano a chiunque abbia bisogno di chiudere in fretta una discussione. Sapere da dove viene la parola non risolve il dibattito di oggi, ma le toglie l'aria di ovvietà, e già questo aiuta.[4]

Confessione: lo sto facendo pure io, adesso, in questa frase

Perché diciamocelo. Sto criticando chi liquida la critica a Sowlo con un "volete censurarlo", e lo sto facendo mentre infilo tutta la faccenda dentro le stesse tre parole: cancel culture, woke, politically correct (che dovrebbero essere il problema). Le ho solo verniciate meglio, chiamandole "gatekeeping" e "dispositivo discorsivo", così sembra che io faccia analisi mentre l'altro fa il tifo. Ma la categoria-scorciatoia è la stessa, e me ne servo nello stesso istante in cui te la indico come trappola.

Non lo dico per fare il modesto, lo dico perché è il punto. Se ci casca dentro persino un pezzo che parla di questo, vuol dire che la cornice è davvero difficile da togliersi di dosso, e che non è il difetto morale di qualcuno ma è proprio come è fatta la strada.

Allora rigiro la domanda, sul serio: se buttiamo via "cancel culture", con cosa la sostituiamo? Come fai a dire "secondo me questo contenuto fa un danno" senza che diventi subito "vuoi censurare"? Come fai a dire "secondo me ti nascondi dietro l'ironia" senza che diventi "non capisci la satira"? Servirebbe una parola che tenga il merito senza far scattare la guerra di trincea, e io non ce l'ho. Forse non esiste, e forse il lavoro è esattamente quello: resistere alla parola comoda ogni volta, a mano, senza scorciatoia. Una faticaccia, e infatti non la fa quasi nessuno.

I due livelli restano tutti e due

Voglio essere chiaro, perché è facile travisarmi. Non sto dicendo che Sowlo va difeso perché è satira, e non sto dicendo che va condannato perché è violento. Sto dicendo che sono vere tutte e due le cose insieme, e che il guaio è proprio la pretesa di sceglierne una.

La provocazione è satira, catarsi, sfogo legittimo di gente stanca, e nello stesso momento mette in circolo immagini che pesano, che riguardano come parliamo di donne, di violenza, di chi sta sopra e chi sta sotto. Un livello non cancella l'altro. Chi te lo vende come scelta secca, o catarsi innocente o schifezza da condannare, ti sta semplificando in faccia, da una parte come dall'altra.

E c'è chi la pensa all'opposto rispetto a me, vale la pena dirlo invece di fingere che non esista. Daniele Ritelli, per esempio, sostiene che il politically correct sia diventato una forma di tribalismo morale, un modo per segnalare la propria virtù di squadra più che per analizzare alcunché.[5] È una critica seria, e in parte mi tocca: se io chiamo "gatekeeping" l'uso del frame altrui, devo accettare che qualcuno chiami "tribalismo" il mio. Non la liquido, la tengo lì scomoda, perché quello è il contraddittorio vero e non quello finto da convegno.

E quindi

Non ho una conclusione pulita, e ti risparmio la morale col fiocco tipo "ricordiamoci di ascoltarci di più". Ti dico solo come sono ridotto io dopo 'sto pippone: che la prossima volta che mi parte in automatico il "eh ma non si può più dire niente" o il suo cugino scemo, "il solito che si nasconde dietro l'ironia" — magari conto fino a uno prima di sparare. Mica per autocensurarmi, per carità, ci mancherebbe. Solo per controllare se sto ragionando sulla cosa o se l'ho già scaraventata nella prima scatola che mi è capitata sottomano, come faccio praticamente sempre.

Perché il sospetto, alla fine, è questo: che su Pippo Sowlo non stessimo discutendo di Pippo Sowlo, ma dentro una cornice che ci hanno passato e che abbiamo preso senza nemmeno guardarla. E adesso che lo sappiamo, fare finta di niente è un po' più difficile.

Immagine di copertina di Markus Winkler su Unsplash


Fonti

  1. Sul ritorno live davanti a un pubblico ampio (Capannelle, ~20.000 persone) e sul profilo dell'autore: l'Identità (2026) Pippo Sowlo, Wittgenstein e la fine della NASPI lidentita.it/pippo-sowlo-concerto-capannelle
  2. Le Rane (2026) Vi prego, non veniteci a dire che Pippo Sowlo è un genio lerane.net/focus/pippo-sowlo-la-fine-della-naspi-album
  3. Sciuto, Cinzia. "Il vicolo cieco dell'identità. Identity politics e cancel culture." In Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture, Torino: UTET, 2022.
  4. Federico Faloppa, "Breve storia di una strumentalizzazione. Alle origini dell'espressione 'politically correct'", in Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture. Torino, UTET, 2022.
  5. Rielli, Daniele. "Il re woke. Il politically correct come tribalismo morale." In Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture. Torino: UTET, 2022.

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